NO BORDERS – Confini

Propanolo in pillole per cancellare gli orrori della guerra
di Giulia Burini

Rudyard Kipling, autore di celebri romanzi quali Il libro della giungla e Capitani coraggiosi una volta disse: “Tra la lucidità e la follia c’è solo una sottile linea rossa”. A questa citazione si ispira il titolo del celebre film di Terrence Malick, chiamato, appunto, The thin red line. Il film ha come protagonisti un gruppo di soldati statunitensi inviati alla conquista delle isole Guadalcanal, durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel corso della storia sono narrate le vicende di uomini costretti a doversi confrontare con i propri tormenti interiori, con le loro mansioni da soldati e con la follia della guerra. Ciò che divide la razionalità umana dalla follia e dalla bestialità animale, che spinge esseri della propria specie a uccidersi a vicenda per ragioni futili, è dunque un’impercettibile linea rossa, di sangue, di violenza.
Per quanto l’atto bellico sia già di per sé un gesto disumano, è sconcertante, inoltre, notare come le strategie militari moderne non tentino di fissare dei limiti entro i quali fermarsi, bensì spingano l’individuo ad annullare la propria coscienza e la propria morale, in nome di nobili ideali, dietro cui si nascondono interessi politico-economici superiori. A partire dalla Seconda Guerra Mondiale, infatti, il Pentagono ha sviluppato dei metodi per modificare i valori etici da sempre inculcati nelle reclute: l’obiettivo è quello di addestrare i soldati in modo che essi agiscano senza considerare le ripercussioni morali delle loro azioni, il che li rende capaci di uccidere, di oltrepassare quella sottile linea rossa, senza rendersi conto di farlo; e quando l’addestramento non dà esiti “positivi”, si ricorre a propanolo in pillole, una sorta di doping per soldati, che inibisce le sensazioni e attenua ogni memoria degli orrori visti e commessi.
“Se non possono giustificare a sé stessi l’atto di uccidere un altro essere umano, probabilmente e comprensibilmente si sentiranno molto colpevoli e ciò si manifesterà in una sindrome da disturbo post traumatico, e danneggerà la vita di migliaia di uomini che hanno fatto il loro dovere al fronte.”
Questa è la risposta del tenente colonnello dell’esercito statunitense, Peter Kilner, a un’intervista pubblicata sul The New Yorker nel luglio del 2004.
Ecco quindi la soluzione adottata da una tra le più grandi potenze mondiali: trasformare i propri uomini in robot, macchine da guerra; eliminare l’ultima briciola di umanità che potrebbe essere rimasta nell’animo di un uomo al fronte. E per cosa? Per conquistare terre, occupare zone strategiche, espandere i propri confini.
Confine. Quanti significati intrinsechi in questo termine. Quante immagini suscitate nella mente leggendolo. È molto contradditoria come parola: ha un’incredibile vastità di significati, di sinonimi, di contesti in cui applicarla; eppure la sua accezione primaria è proprio quella di recidere, di chiudere, di non permettere l’esistenza di una tale vastità.
Forse proprio per questo noi ragazzi del Project Work PORTARTI, abbiamo deciso di affrontare l’argomento “No Borders”. Tutto ciò che ci circonda ha un confine, un limite (eccetto “L’universo e la stupidità umana”, come ci ricorda il caro Einstein). Spesso, attraversare un confine, superare un limite, significa semplicemente fare un viaggio, entrare in contatto con il diverso, lo straniero. Ma spesso, purtroppo, significa anche oltrepassare quella sottile linea rossa che ci rende capaci di atti disumani. E per evitare che ciò accada, non serve trasformarsi in macchine, incapaci di passioni e sentimenti.
Ciò che ci permette di abbattere i confini, di sentirci tutti uguali, di sentirci uomini, dotati sia di razionalità, ma anche di istinti naturali ed emozioni, paure, sogni, desideri, speranze, è l’arte. L’arte come valvola di sfogo, come luogo in cui ognuno può esprimersi per come è veramente, senza sentirsi giudicato, respinto, confinato all’interno di regole o preconcetti che gli sono stretti. Cantando, ballando, recitando, dipingendo, noi vogliamo provare a credere che ciò sia possibile.